Pro Loco Villalba

Via Roma 62

Villalba (CL)
Tel. 0934-811693. - 3391638992 3383479401
Presidente

Scarlata Michele

 

Villalba: Cenni storici.   (1516 - 1700)
    Carlo V di Spagna per sostenere le ingenti spese derivanti dalle guerre sostenute contro Francesco I di Francia, decise di alienare parte dei beni del patrimonio regio.
    Fra questi vi era la baronia di Villanuova che comprendeva sette feudi, fra i quali Miccichè.
    La baronia di Villanuova passò, di matrimonio in matrimonio, e di eredi donne a uomini, a diverse casate.
(1701 - 1860)
    La figlia primogenita di Bartolomeo Caccamo e di Antonia Branciforti venne investita del principato di Villanuova il 15 gennaio 1738.
    Il figlio di lei, Domenico Corvino - Caccamo, prese l'investitura del principato. E' proprio questi che nell'anno 1751 vendette il feudo Micciché: il compratore era Don Niccolò Palmeri Calafato della città di Caltanissetta.
    Don Niccolò Palmeri, ricchissimo esponente dell’alta borghesia siciliana che faceva ingenti guadagni col commercio del grano, divenuto proprietario del feudo di Micciché, per favorire l’afflusso dei contadini nelle sue terre, concedette loro la franchigia di tutti i crimini fino ad allora commessi e l’esonero, per i primi anni, dal pagamento dei canoni enfiteutici.
    Gli allettanti patti agrari richiamarono contadini, braccianti e diseredati da paesi come Racalmuto, S.Cataldo, Resuttano che non riuscivano più a sopravvivere nei luoghi di origine a causa dei pesanti canoni e balzelli a cui erano sottoposti.
    Niccolò con l’acquisto del feudo ottenne anche il titolo di barone entrando, a pieno diritto, nei ranghi della nobiltà isolana. Del resto la sua famiglia, seppure non blasonata, possedeva tutti i requisiti per questa ulteriore ascesa nella scala sociale.
    Al nuovo borgo Niccolò diede il nome di Villalba a ricordo dei suoi antenati e di quelli della moglie, i Sancez, che provenivano, appunto, da un cittadina spagnola della Galizia, con lo stesso toponimo.
    Morto Don Niccolò, nel 1781, gli successe il figlio Placido che portò a termine la costruzione di Villalba.
    Da donna Rosalia Morillo -figlia del barone di Trabonella, feudatario e ricco proprietario di miniere di zolfo di Caltanissetta- Placido Palmeri ebbe sette figli.
    Attraverso alterne vicende speculari della storia della nobiltà siciliana, i Palmeri rimasero in piedi sino al 1893 quando l’ultimo discendente, Salvatore, gravato dai debiti, fu costretto ad alienare il feudo ai Trabia.
    Alla famiglia Palmeri si deve l’origine del Comune di Villalba.
    Oltre a Niccolò Palmeri altro personaggio storico che è stato protagonista degli avvenimenti che hanno fatto la storia di Villalba fu don Calogero Vizzini.
    Nel 1943 con lo sbarco in Sicilia degli americani la mafia rinascente trovava negli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti. Fu, infatti, in quei mesi che la mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del sole: in realtà non era mai morta, né completamente debellata: le lunghe ed energiche repressioni del prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e vigoria e fugato all'estero i capi più “rappresentativi” e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e legami con l'onorata società dell'isola.
    Nella confusione seguita all'invasione e alla caduta del Fascismo, la mafia vide l'opportunità di riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione con gli alleati.
    Gli americani, nella maggioranza (per non dire tutte) delle città siciliane ‘liberate’, nominarono come sindaci i capi mafiosi locali affidando loro e al clero il mantenimento dell’ordine interno. Uno dei casi più conosciuti fu quello di don Calogero Vizzini, nominato sindaco di Villalba dal tenente americano Beeher, e nella cerimonia ufficiale d’insediamento fu invitato anche il vescovo di Caltanissetta, che mandò un suo rappresentante.
    Il Vizzini fu salutato da grida di “Viva la mafia!”. Don Calogero aveva inoltre dei fratelli sacerdoti e due zii vescovi.
    Villalba era la città natale, il regno di Calogero Vizzini, don Calò, che per tanti anni, e fino alla sua morte, fu considerato la figura più rilevante, il capo effettivo della mafia siciliana, che fece così, per motivi geografici e storici e sociali, di un villaggio di feudo, la sua capitale.
    Nonostante si trattasse di un capomafia Don Calò Vizzini, con l’abilità di un genio, innalzò le sorti del paese, diede benessere agli operai della terra e delle zolfare e si fece un nome assai apprezzato, in Italia e fuori, considerato da tutti un galantuomo.

I PAESAGGI DI VILLALBA

    Villalba è un piccolo paese posto al centro della Sicilia, in provincia di Caltanissetta.
     Il  paese, appoggiato su una collina, sta a specchio delle Madonie che si innalzano al di là di Polizzi Generosa ed è protetta alle spalle da una serie di monti chiamati “Serre” la cui altezza massima arriva fino a 900 mt, da qui il nome “Cozzo Pirtusiddu”.
   Il punto da cui si possono ammirare le bellezze del territorio in cui il paesaggio circostante di Villalba, e non solo, sono senza ombra di dubbio le “Serre”.
    Ma cosa sono le Serre? Non sono altro che monti, prevalentemente di tipo roccioso con punte poco elevate che circondano il territorio di Villalba dal lato Sud-Ovest. Le Serre rappresentano per noi cittadini di Villalba la punta di diamante che dà un tocco a tutto il resto.
    Da questo luogo si possono non solo visionare territori circostanti quali Vallelunga, Valledolmo, Marianopoli, San Giovanni Gemini, Cammarata, Sutera e Mussomeli, ma scorgere anche le colline nude, che non sono le dune dell’Africa, ma sono rapporti di toni sfumati in cui la terra si vede: una terra che a contatto con l’aria respira e si esprime attraverso spazi ampi e bloccati da orizzonti di cielo col quale sembra avere un rapporto di continuità.
    Sono vari e disparati i colori che ci vengono regalati dai panorami che possiamo ammirare dalle Serre: le ampie distese, spesso anche di colore giallo, coltivate a grano offrono all’occhio un’interrotta massa di fertilità, che ti accorgi, girando lo sguardo, divenire di un bruno che addolcisce le tinte. La terra allora assume quel colore che sa di ruggine.
    Sull’occhio assuefatto agli immensi quadrati di suolo posati sui verdi e sui bruni che si susseguono, rocce bianche, come giganti abbattuti, frammentano il terreno macchiandolo di toni ispidi e sofferti.
    Ecco come le Serre ci presentano un paesaggio di variazioni di toni e colori improvvisi.
    Scendendo in paese da visitare sono senz’altro le Chiese di Immacolata Concezione, la Chiesa Madrice San Giuseppe e il Calvario; un abbeveratoio risalente alla metà del 1800 da poco ristrutturato sito in “contrada Nasca” e una antica Masseria detta “La Robba”.
    Al centro di un andamento topografico a scacchiera c’è piazza Vittorio Emanuele II, naturale luogo di riunione e di socializzazione, dove la gente vi si incontra, per il disbrigo di affari, per la sosta nei bar, per il rito dello “struscio”. Tale culto consiste nelle lunghe passeggiate fatte dagli anziani del paese avanti e indietro lungo tutta l’area della piazza, a volte proseguendo lungo il corso Umberto I fino ad arrivare all’incrocio con via Roma. I più dinamici avanzano raggiungendo l’incrocio di via XXIV Maggio.
    La “chiazza granni” , chiamata così dai cittadini villalbesi, di forma quadrangolare si inserisce perfettamente nel suggestivo scenario pregno della carica evocatrice della straordinaria storia di questo piccolo paese.
    Questa piazza è dominata dalle eleganti linee dell’ottocentesca Chiesa Madre S. Giuseppe che ne fa da padrona.
     La Concezione (o “Chisa Nica”) costituisce la seconda chiesa Madre costruita a Villalba, dopo quella sorta nel primo nucleo originario del paese.
    Nella parte alta del paese si può apprezzare la Robba: antica tenuta appartenente alla famiglia dei Palmeri.
Oltre al controllo del territorio una delle funzioni principali della Robba era quella di accumulare e conservare, per poi vendere, i prodotti aziendali, in particolare il grano.
Un’altra funzione imprescindibile era il ricovero del bestiame.
    All’interno la Robba si compone di una grande corte chiamata “baglio” dentro cui si svolgevano le principali attività. C’erano il forno o la panetteria, la dispensa, i magazzini, le stalle, le abitazioni del campiere e del curatolo. I contadini vi accedevano solo in occasione delle principali fasi relative alla coltivazione dei prodotti, facendo capo ai pagliai circostanti. I lavoratori giornalieri (“jurnatari”) venivano, invece, ospitati nel “magazzinu di l’amici” e dormivano sulle “jattene”, letti di pietra addossati ai muri. Fuori il baglio vi era anche ubicata una Chiesetta.
    Questo casale ospitò dall’8 al 10 agosto del 1862 il grande condottiero risorgimentale Garibaldi durante il suo passaggio nel nostro paese nel corso della spedizione dei Mille, menzionato anche da Mulè Bertòlo nel suo libro sulle memorie di Villalba e testimoniato da una lapide vicino al portone laterale.
    Tra gli altri monumenti di rilievo posseduti da Villalba sono da segnalare: il Calvario e un antico abbeveratoio.


IL CALVARIO
    E’ costruito su una altura visibile in tutto il paese, vuole ricordare e somigliare al Golgota descritto nei Vangeli.
Vi si accede dalla parte più alta del paese attraverso un cancello di ferro sormontato da una croce. L’area della collinetta è lasciata appositamente incolta per tutto l’anno al fine di poter avere, durante il tempo pasquale, un tappeto verde che i fedeli provvederanno a calpestare durante la Settimana Santa.
    Nella parte più alta sono posizionate le tre croci di cui una, quella centrale, è la più grande per permettere la sospensione del Crocefisso portato in Processione il Venerdì Santo, sotto vi è una cupola dove viene intercalata la statua della Madonna Addolorata. Lungo i lati vi sono delle cappellette che servono per ospitare i quadri rappresentanti le stazioni della Via Crucis.
    Il calvario di Villalba è considerato uno dei più suggestivi della Sicilia.

L’ABBEVERATOIO
    Un tempo non molto lontano, questo era il posto più frequentato, più di quanto non si immagini. Una perla del passato rivisitato in chiave moderna, dapprima veniva usato dai contadini per dar da bere ai propri animali, adesso è un luogo dove si ci può fermare durante una passeggiata per le vie di questo paesino e gustarsi la tranquillità di questi luoghi testimoni di antichi costumi che danno spazio anche ad arrestarsi per un istante ed ascoltare la natura e quanto c’è di bello in quel che ci circonda.

I NOSTRI PRODOTTI: IL POMODORO

    Per un villalbese è quasi impossibile immaginare una cucina priva del colore e del profumo del lu pumadamuri (=pomodoro in dialetto).
    Sul pomodoro di Villalba c'è ormai tutta una storia scritta dai contadini che traggono un notevole reddito dalla produzione di questo frutto.
    Con il pomodoro Villalba si è riappropriata del primato che in agricoltura aveva detenuto con la produzione della lenticchia.
    Si tratta di pomodoro del quale i Villalbesi sottolineano un pregio: è “siccagno” cioè un prodotto non irriguo, che si presta a reggere gli eventi siccitosi, a discapito della produzione e non della qualità; di fatto le stagioni particolarmente secche hanno ampliato le qualità organolettiche del pomodoro, dunque risulta essere più polposo, gustoso e con un tasso di acidità bassissimo.
    Questo prodotto è, ormai da tempo, una delle colture pregiate la cui notorietà va al di là della provincia e della stessa isola. E' un prodotto garantito anche da un "marchio d'origine" che è stato presentato durante la sagra del 1987. Con il marchio, quindi, il pomodoro di Villalba è uscito dalla storia dell'anonimato per entrare di forza in quella della memoria agricola più nobile.

LA LENTICCHIA DI VILLALBA
    Nel dialetto le lenticchie sono chiamate — a seconda delle varie località — “lintìcchia, unticcia, lenti.”
Godono particolare rinomanza le lenticchie di Antillo, Chiaramonte, Gangi, Marianopoli, Resultano, Roccella Valdemone, S. Domenico Vittoria.
    Eccellenti quelle di Villalba coltivate su terreni compatti.
    La lenticchia è fortemente radicata nella tradizione alimentare del nostro paese.
    La lenticchia era il prodotto tipico villalbese che deteneva un primato indiscusso nei mercati di tutta la Sicilia, adesso surclassato dal pomodoro.
    Sono diverse le cause che hanno negli ultimi anni ridotto drasticamente la produzione della lenticchia a Villalba: la non indifferente esigenza di mano d’opera; il prezzo di mercato ritenuto molto basso (circa 2,50 Euro a Kg) hanno contribuito a far diventare la lenticchia poco redditizia, se non, addirittura antieconomica. Ma ancora la sua tecnica colturale non molto rinnovata dagli anni ’60 ad oggi e le logiche competitive del mercato stanno decretando letteralmente la scomparsa del grande patrimonio locale.
    Le lenticchie di Villalba presentano soprattutto eccellenti caratteri di commestibilità e sapidità e si caratterizzano per un elevato contenuto proteico (27,1 g/100g sost. secca), basso tenore in Fosforo e Potassio (rispettivamente 312 e 812 g/100 g di parte edibile), ma soprattutto per l’elevato contenuto in Ferro (18g/100g di s.s.).
    Da quanto emerge dallo studio delle sue caratteristiche, la lenticchia di Villalba risulta, senza dubbio una tra le più pregiate varietà esistenti.
    Dall’analisi di questi ultimi aspetti tecnici si evince, infine, che il rilancio ed il successo della lenticchia, nel caso concreto dell’ecotipo di Villalba dipendono in massima parte dalla possibilità di effettuare la meccanizzazione quasi integrale di questa coltura. Cosa che si sta già cercando di fare.

Feste e tradizioni a Villalba
Villalba, ombelico della Sicilia, fin dalle sue origini è sempre stato un paese religioso, sempre vicino alla cristianità e tutto quello che è il culto della valorizzazione del ricordo mistico. Come ogni paese ha le sue tradizioni e le sue usanze, che molte volte,  magari, vengono perse con il passare del tempo.
CARNEVALE /  QUARESIMA

    Di questo mese è la festa mondana del Carnevale, è il periodo (inizialmente di 3 giorni, ora di 3 settimane) che anticipa la Quaresima ove come penitenza, nel ricordo del vagare di 40 giorni del nostro Signore a digiuno, ci si pone il voto di non mangiar la carne. Il giorno principale in cui si festeggia è il martedì Grasso: si procede con la sfilata dei carri allegorici per tutto il paese.
Il giorno successivo al martedì Grasso, è “Mercoledì delle Ceneri”, durante la celebrazione della messa, il sacerdote cosparge il capo di cenere, inizia con questo segno di purificazione quei 40 giorni che ci porteranno alla settimana Santa. Le ceneri sono i residui della bruciatura di rami di ulivo che vengono fatti ardere la notte della Pasqua precedente.

19 MARZO: S.GIUSEPPE

    In Marzo, il 19, è la festa del Patrono S. Giuseppe. La banda musicale apre i festeggiamenti a suon di marce, verso le 10 inizia la questua per il paese. Si preparano le  “Tavolate”  che il prete  benedirà “. La Tavolata è il pranzo, che chi ha fatto la “Promisione”, offre ai “Vicchiariddi”. Ospite principale è la Sacra famiglia e in primo piano un “bamminiaddu”, che a fine pranzo farà una sorta di benedizione, o per meglio dire una preghiera rivolta alla tavola, ai presenti e alla famiglia devota.
    Anticamente tutti i cibi presenti sulla tavola erano sistemati secondo un posto ben preciso: il Pane a forma di San Giuseppe o della sua barba, al centro; ruolo principale avevano i Cardi, fave, carciofi, limoni e aranci. Piatto principale era la zuppa di pasta e legumi. Oggi le tradizioni via via sono cambiate, ed è facile trovare qualsiasi pietanza più elaborata.

LA SETTIMANA SANTA

La Domenica delle Palme apre la settimana che porta alla Pasqua. Davanti la chiesa “piccola” (Immacolata Concezione) il parroco benedice tutti i rami di ulivo, alloro e le palme intrecciate, le compagnie dei fratelli iniziano a sfilare dietro le persone disposte su due file, per la via Roma, via Interprovinciale, corso Nicolò Palmeri fino ad arrivare in chiesa. Dietro la processione il parroco è accompagnato dai 12 Apostoli, sorteggiati dagli iscritti della confraternita del Signore.
La Domenica delle Palme ricorda l’entrata di Gesù sul suo asino con in mano una palma a Gerusalemme.
    Durante la celebrazione della Messa delle 11 viene recitata la passione di Cristo. Nel pomeriggio una piccola processione di fedeli col parroco ed una Croce ad altezza d’uomo per il paese pregano e ad ogni cantone rievocano le stazioni nella via Crucis.
    Durante la settimana nella chiesa viene allestito il Sepolcro, in una navata della chiesa, sotto dei teli rossi e azzurri, viene rielaborato quel posto segno di lutto, speranza, liberazione e resurrezione.
Davanti l’Altare della chiesa è possibile vedere la “Tavola dell’ Ultima Cena” preparata con cura da Calogero Plumeri. Dodici Agnelli di zucchero, un cedro, un carciofo, un arancio, una lattuga, un finocchio dolce, un pane da cena e nel mezzo un grande Agnello di zucchero. Sono tutti simboli che rievocano il cosmo: l’arancio, il cedro, il finocchio…hanno una forma rotonda come il mondo, segno che è stato creato da Dio, e a Lui si chiede pace e liberazione sacrificando l’Agnello di zucchero, ovviamente tutto in maniera simbolica.
    Questa “Tavola dell’Ultima Cena” viene portata il Giovedì Santo nel centro della piazza. Nel pomeriggio, intorno alle ore 17:00, il parroco benedice la Mensa, i 12 Apostoli seduti in un solo lato della Tavola, denudano il piede destro, il Parroco che simboleggia Gesù, si chinerà a lavarli con acqua e olio profumato. Dopo la lavanda dei piedi, “Gesù” prenderà l’Agnello di zucchero e verrà spezzato e diviso a tutti i fedeli accolti in piazza a guardare il rituale Cristiano.
    Il Venerdì della Settimana Santa è il giorno più suggestivo di tutta la settimana. Sin dalle prime ore del mattino, in chiesa c’è la Veglia Notturna: i fedeli pregano nel silenzio funebre, mentre altri fanno il viaggio “a Lingua a Strascinari”, chi aveva bisogno di una grazia o ne aveva ricevuta qualcuna, oltre a fare il viaggio in ginocchio lo faceva facendo scivolare la lingua per terra. Non mancava nemmeno chi si cospargeva il corpo di cenere e si frustava per penitenza.
Anticamente la notte antecedente il Venerdì Santo, la Madonna Addolorata e San Giuseppe (le statue) venivano portate in processione al buio sotto i lamenti dei “LADATURA”. A simboleggiare la ricerca della Madonna ignara dell’ arresto di Gesù da parte dei Romani. E’intuibile che tali tradizioni sono ormai remote.
Fu l’Arciprete Iucolino a reprimere l’usanza dei lamenti, a causa di contrapposizioni tra il Sacro e il Profano da parte dei lodatori, che per sopportare il freddo spesso esageravano con il vino.
E’ possibile vedere tutt’oggi e udire il tamburo che suona a lutto per tutta la giornata. Il tamburo veniva suonato da Don Ciccino Favata, poi dal figlio Angelino e oggi dal nipote più piccolo Dario Ferrara.
    La tradizione della Madonna Addolorata è viva ai giorni nostri, non gira più la notte, ma la mattina dopo le nove una processione particolare accompagnata dalle marci funebri, per marcare ancora di più il giorno del dolore. Si proprio una processione particolare, nel senso che gira tutte le vie del paese, per permettere anche alle persone più anziane di vedere la Madonna.
    La processione si ferma davanti la chiesa dove busserà tre volte, battendo con l’enorme vara al gigantesco portone, ma vani resteranno  le attese risposte. A questo punto la banda suonerà la marcia cantata “Lodi a Cristo” dove spicca l’assolo del clarinetto, prima era Giuseppe Scarlata ad esibirsi, oggi invece  è la giovane Concetta Miserendino.
    Fino alle 13:00 i fedeli fanno il viaggio in ginocchio, quando a quell’ora un colpo di mortaretto segna che Gesù è stato condannato. Tutto Villalba, dopo aver mangiato la pasta con le sarde e il pan grattato tostato, si raduna in piazza. Gesù è sulla lettiga. Dalla chiesa Madre il Cristo viene portato a spalla e dietro c’è la croce ancora vuota, di solito è Vincenzo Munì a portarla.
    Il corteo parte dalla piazza grande, sfilano le varie congregazioni con i loro abitini dei diversi colori, giallo San Giuseppe, viola l’Addolorata, azzurro l’Immacolata, bordeaux l’ Annunziata, rosso S.S. Sacramento, con i loro stendardi abbassati e con il nastro nero sulla punta in segno di lutto. Gli apostoli portano in mano i quadri che raffigurano la Via Crucis tante quante sono le tappe.
    Dal corso Garibaldi (conosciuto come “piano della bacchetta” perché si narra che quando venne Garibaldi, bacchettò i suoi soldati per le razzie fatte ai popolari) il simulacro della Addolorata, portata a spalla da 16 varisti che si alternano fra gli iscritti delle compagnie; tutti vestiti di bianco con una fascia nera sul braccio, con una medaglia che raffigura la Madonna, la cravatta nera e alla cintura un bel drappo di seta con paillettes e ricami che raffigurano un cuore con una spada.
La Madonna scende dalla “calata della strata di li valati”. Ai lati le Pie donne che fanno parte della congregazione della Addolorata, vestite di bianco e nero fanno da cintura.
    Davanti la villa si incontrano la Madonna e Gesù, lo spettacolo è da brividi. Gesù dal basso è fermo, la Madonna arriva correndo disperata perché lo vede dopo una notte di peregrinare. Quando arriva ai suoi piedi, i varisti che sono davanti si inginocchiano, quelli dietro alzano la vara con le braccia: la Madonna si inginocchia, simbolicamente ad indicare il dolore di una madre a vedere il figlio condannato a morte. La gente si emoziona, piange e soffre a vedere la cruda e fredda scena.
Sotto il suono delle marce funebri della banda, inizia la processione verso il Calvario, che ad occhi di chi l’abbia visto, risulta essere fra  i più caratteristici e simili a quello descritto nella Sacra Bibbia.
    Alle 15:00 un altro scoppio di mortaretto segnala l’ora in cui il nostro Signore è morto.
In quest’ora un'altra processione si prepara a salire al calvario.
Verso le 21:00 si prepara l’ultima processione della giornata. Una grande urna d’oro con ai quattro angoli degli Angioletti, e all’interno un cuscino di velluto rosso colma di luci, sono al centro della scena. Le compagnie iniziano a sfilare dalla piazza con le loro bandiere ammainate, i varisti dell’Addolorata davanti, e gli urnisti con delle tonache con merletti bianchi e rossi dietro, portano a spalla i due feretri. Si arriva al Calvario: la Madonna viene posta sopra la sua vara, e Gesù dentro la sua urna. La processione inizia a sfilare per le vie, vengono accese le candele e dei fumogeni rossi. A metà della via, all’incrocio del corso Umberto i Simulacri si fermano per far riposare un po’ i varisti. Qui da qualche anno la banda musicale risuona la lode cantata ove i clarinetti solisti danno vita alla loro abilità. La processione riprende, mentre i varisti si alternano per il grande peso portato; la processione percorre le vie solite: corso Palmeri, via Interprovinciale, via Roma, corso Umberto fino ad arrivare in piazza dove il prete, da diversi anni ormai l’Arciprete Lomanto, conosciuto come Padre Achille, nella sua omelia benedice tutti.      
    Tutto il Venerdì e il Sabato Santo, le campane della chiesa non annunciano ne l’ora, ne la Santa Messa, come sono solite fare, lo scampanio riprende alla mezzanotte del Sabato, per la celebrazione della Resurrezione di Gesù.
    La Domenica di Pasqua si passa tra chiesa e casa; dopo la Messa delle 11:00 si ci accinge al grande pranzo pasquale. Nel pomeriggio la processione del Cristo Risorto, la banda non suonerà più marce funebri ma deliziose marce brillanti e sinfoniche.
    Il Lunedì di Pasquetta è la festa dei giovani di tutte le età. Gruppi di amici si uniscono nelle campagne ove mangeranno carne arrostita e salsiccia, funghi e carciofi e berranno un po’ di vino buono, non mancano balli e scherzi, sperando che il vino non dia alla testa.

SAGRA DEL POMODORO

    Agosto è il periodo del ritorno degli emigrati Villalbesi, che per lo più stanno in Germania, Francia, Inghilterra, Liguria e Lombardia. Il paese si riempie di cittadini legati alle proprie origini, che a tutto possono rinunciare tranne alla festa patronale, la festa di San Giuseppe in Agosto, così chiamata proprio per distinguerla dalla commemorazione primaverile.
    Durante questo periodo si susseguono vari spettacoli, dalle sfilate dei cavalli a quelle di moda, dai balli in piazza agli spettacoli teatrali e folkloristici, dalle fasi finali del calcetto ai giochi della gioventù, insomma Villalba diventa come Las Vegas, grazie anche agli addobbi di luci che illuminano tutta la chiesa, la piazza  e le vie principali.
    La manifestazione principale è la Spaghettatacon la salsa del nostro famoso pomodoro siccagno, che attira persone da ogni parte della Sicilia. Nell’atrio della scuola elementare migliaia di persone si affollano per assaggiare la particolarità villalbese; di certo gli addetti ai lavori organizzativi, che di solito sono la Pro Loco e l’amministrazione comunale faranno di tutto per fare bella figura, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Normalmente accanto alla degustazione vi saranno gli espositori della Pro Loco che mostreranno tutte le qualità del pomodoro coltivato a Villalba con tutti gli altri prodotti tipici, dalle lenticchie e i funghi all’origano.
Tutto questo nella settimana che precede la penultima domenica d’agosto; sarà proprio in questa domenica la celebrazione della festa patronale.
La banda suona tutta la giornata in festa, fino alla sera durante e dopo la processione; saranno i giochi d’artificio a concludere la giornata, ma non il periodo festivo.
Infatti l’indomani è la giornata del cantante o del personaggio televisivo più atteso, che dall’inizio del mese con il suo manifesto viene propagandato per le vie di Villalba e dei paesi limitrofi. Solitamente più famoso è il personaggio, e più contenta resta la gente ed ancora una volta la Pro Loco e l’amministrazione comunale faranno del loro meglio, capitalizzando al massimo le loro risorse economiche e tecniche.

11 NOVEMBRE: S.MARTINO

    A Novembre, mese triste e malinconico di per sé, si ricordano tutti i Santi e i defunti; non ci sono eventi particolari da segnalare se non l’11 novembre  festa di San Martino. Da alcuni anni la Pro Loco organizza la “muffulettata” che viene  di consueto accompagnata da un po’ di vino novello.

NATALE

    In chiusura dell’anno, il Natale con tutte le feste comprese in tale periodo. Come in tutte le altre parti del mondo in cui si festeggia. Questa festa ha un fascino unico.
Villalba si prepara già nove giorni prima, quando la “ninnaredda” la novena cantata in dialetto, con altri brani tipici natalizi gira per il paese, che all’imbrunire della giornata, va a creare proprio quell’atmosfera particolare.
    C’è pure una Villalba che taciturna inizia a lavorare ancora prima, e che da tempo ha già studiato e pianificato i valori aggiunti per rendere ancora più caratteristico e sorprendente la realizzazione del Presepe storico. E’ la squadra della Pro Loco, che sotto il coordinamento e l’impegno del suo presidente Michele Scarlata e di suoi collaboratori, realizza quello che ormai da più anni viene definito “L’OPERA D’ARTE”; una ricostruzione così veritiera del presepe che lo rende veramente esaltante.
    Solitamente il presepe si sviluppa lungo un programma di 5-6 giorni, dove individuiamo le corrispondenti fasi salienti del periodo natalizio.
Qualche giorno prima di Natale abbiamo l’inaugurazione, con l’apertura delle “botteghe” artigiane, dove troviamo di tutto dal fabbro al panettiere, dal falegname al “cufinaro”, dalla dispensa allo scalpellino; e poi l’importante ingresso a Betlemme di Giuseppe e  Maria.
    Giorno 26 la Natività, con la Madonna che tiene in braccio il bambino accanto a San Giuseppe fra un bue e un asinello, qui potete immaginare quanto realistiche e suggestive sono queste scene.
Gli altri giorni  ci saranno visite libere e per chi vuole può seguire un cicerone: i ragazzi del servizio civile. Sarà possibile assaggiare  i prodotti  preparati sul momento nelle varie botteghe, del pane, le Guasteddri fritti, la ricotta ancora calda, legumi vari ecc..
    L’ultimo giorno è per l’Epifania dove una suggestiva processione dei Re Magi con gli asini al posto dei cammelli, parte dalla chiesa e fa il suo ingresso nel presepe, seguiti o dalla novena o dai zampognari. La processione si conclude con  la consegna dei doni al Bambin Gesù. 
   Sarà così che si conclude il periodo Natalizio, e con tanta armonia e serenità si torna alla vita di tutti i giorni.
    Quelle descritte sono soltanto alcune delle feste che il nostro paese tramanda di generazione in generazione, ve ne sono ben tante altre legate alle tradizioni di Villalba e alla liturgia: S. Biagio (Santo protettore della gola) e le sue “Cuddrureddri”(biscotto tipico che richiama un ugola); S. Pietro e Paolo e i Cavati (tipo di pasta fatta a mano); S. Lucia e la Cuccia (frumento bollito per ore, che va consumato dolce o salato a seconda dei gusti)….     

 
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